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CronacaNet.com - di Corrado Cancemi
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Napoli, appalti pilotati e favori, Comune travolto

La giunta decimata da un'inchiesta su un'appalto da 400 mln. Arrestato l'imprenditore Alfredo Romeo, a capo del "sistema Napoli", e 12 persone

Napoli. Prima il suicidio dell'ex assessore comunale del Pd Giorgio Nugnes, impiccatosi dopo essere finito ai domiciliari con l'accusa di aver diretto la rivolta anti discarica a Pianura, adesso l'inchiesta "Global service" condotta dalla Dia e dai carabinieri di Caserta su un presunto, gigantesco sistema trasversale che, secondo i pm, vedrebbe "consociati" assessori, consiglieri comunali campani e politici di caratura locale e nazionale attorno alla figura di Alfredo Romeo (nella foto), imprenditore che opera con decine di amministrazioni pubbliche e aziende private, accusato di essere a capo di tale "sistema" e di averlo usato per di aggiudicarsi illecitamente l'appalto "Global service" del valore di 400 milioni di euro, insomma un vero e proprio saccheggio. Il Comune partenopeo è stato scosso da un terremoto giudiziario di intensità tale da rievocare i fantasmi di Tangentopoli, quasi a dimostrazione che in fondo la politica delle "cose nostre" non ha mai rallentato il passo, al massimo può aver cambiato l'organizzazione delle gerarchie, rivelando un sistema in cui, rispetto a quindici anni fa, non sono i politici a imporre le proprie direttive all'imprenditoria, ma l'esatto opposto. Una bufera, nella quale sono finiti i palazzi, generata dall'inchiesta su quattro appalti, di cui uno, il "Global service", destinato alla manutenzione delle strade e del patrimonio pubblico e alla gestione di mense scolastiche, oggetto di una delibera per 400 milioni mai appaltata per assenza di fondi. Bufera culminata, nella giornata di ieri, con l'emissione, su richiesta dei pm D'Onofrio, Falcone, Filippelli e del procuratore aggiunto Franco Roberti, di 13 ordinanze di custodia cautelare da parte del giudice di Napoli Paola Russo nei confronti di imprenditori, assessori e un colonnello della Guardia di Finanza, accusati di reati che vanno dall'associazione a delinquere alla turbativa d'asta, alla corruzione. A finire in carcere è stato l'imprenditore Alfredo Romeo, mentre i due assessori della giunta Iervolino, Felice Laudadio (Edilizia e controllo appalti) e Ferdinando Di Mezza (Patrimonio e manutenzione immobili) sono finiti agli arresti domiciliari, come anche gli ex assessori Giuseppe Gambale e Enrico Cardillo. Gli arresti domiciliari sono stati notificati anche all'ex provveditore alle Opere pubbliche di Campania e Molise, Mario Mautone e al colonnello della Finanza Marzucco. La richiesta dei pm si è spinta fino ai due parlamentari Bocchino (Pdl) e Lusetti (Pd), che al telefono con Romeo avrebbero pronunciato frasi sospette, lasciando ipotizzare di essere coinvolti in quella rete che i magistrati definiscono una "commistione impressionante tra politici di ogni colore e provenienza, organi istituzionali, pubblici funzionari, appartenenti alle forze di polizia". Ma la decisione del gip arriverà solo dopo l'eventuale via libera delle Camere alla consultazione delle intercettazioni. A svelare l'esistenza del "sistema Romeo" sono state le conversazioni intercettate, dalle quali è emerso il profilo di un'organizzazione impeccabile, con al vertice l'imprenditore Romeo, che "elargiva promesse di affidare lavori, commesse o consulenze a ditte o personale segnalato", fino a permettere "lo sviluppo di carriere politiche per taluni assessori rampanti, che ambivano a passare dalle istituzioni locali a quelle nazionali attraverso rapporti con alcuni parlamentari", come affermato dal procuratore capo Giandomenico Lepore e dal suo vice Roberti. Proprio l'ex assessore Nugnes avrebbe provato a invocare l'aiuto del sistema, cercando di mettersi in contatto con l'allora vicepresidente del Consiglio Rutelli per tramite di Lusatti e Romeo. Un contatto rinnegato da Rutelli, che afferma di non aver mai avuto confronti con Romeo. Ma a rendere ulteriormente complesso e preoccupante lo scenario rivelato dall'inchiesta è anche l'ipotesi di coinvolgimento di un magistrato, ora all'esame dell'ordine giudiziario di Roma.
E la Iervolino proseguì a testa alta - "Per fortuna nessun rilievo di carattere penale viene fatto al sindaco. Anche da queste intercettazioni di 500 pagine non c'è una riga che mi riguarda". Di fronte al disfacimento della propria giunta, il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, non abbassa la testa, immune com'è all'inchiesta sugli appalti che ha scosso il Comune partenopeo. Al termine di un incontro a Roma con il leader del Pd Walter Veltroni, la Iervolino, incassati gli auguri di buon lavoro dal segetario nazionale del suo partito, ha affermato la sua decisione di "andare avanti" e di essere pronta a "forti segnali di rinnovamento". Ma il sindaco di Napoli ha anche sottolineato che non necessariamente procederà con l'azzeramento della giunta: "Ci saranno segnali forti di rinnovamento che possono coesistere con alcune presenze che io ritengo assolutamente indispensabili". Riguardo all'annuncio di Di Pietro di ritirare i suoi esponenti dalle giunte campane, la Iervolino non ha dimostrato preoccupazioni, limitandosi a considerare "strana" la decisione del leader Idv.
Basilicata e Abruzzo, gli altri epicentri - Altri epicentri del terremoto giudiziario sono la Basilicata e l'Abruzzo, dove esponenti del Pd sono stati raggiunti da ordinanze di custodia cautelare. In Basilicata, l'inchiesta sugli appalti per l'estrazione del petrolio ha portato alla richiesta di arresto per il deputato Salvatore Margiotta, ma la Giunta per le Autorizzazioni di Montecitorio ha votato contro l'arresto quasi all'unanimità (solo l'Idv ha votato "sì", confermando la linea che Di Pietro aveva annunciato di voler seguire nei giorni scorsi). A Pescara, la bufera giudiziaria è stata sollevata dall'inchiesta sull'appalto per i servizi cimiteriali della città e ha portato all'arresto ai domiciliari del sindaco di Pescara e segretario regionale del Pd, Luciano D'Alfonso, insieme con il suo braccio destro, il dirigente comunale Dezio e l'imprenditore Massimo De Cesaris, tutti accusati di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e alla concussione, truffa, falso e peculato. Sarebbe indagato perfino Carlo Toto, il presidente di AirOne, al quale è stato contestato il reato di corruzione.

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Lodo Alfano, sì della Camera, protesta il Pd

Approvato a Montecitorio il provvedimento che prevede le immunità per le alte cariche dello Stato. Ma Walter Veltroni critica: legge ad personam

Roma. Tra mugugni, bagarre tra i banchi in aula e la soddisfazione della maggioranza, oggi alla Camera il discusso Lodo Alfano, il disegno di legge che prevede le immunità e sospende i processi per le quattro più alte cariche dello Stato, ha ricevuto il via libera, forte di 309 sì, contro 236 no e 30 astenuti del gruppo Udc. Le commissioni non hanno apportato alcuna modifica rispetto al testo approvato dal Consiglio dei ministri, mentre l'aula ha accolto un emendamento a firma Pd, che stabilisce l'impossibilità di applicare la sospensione dei processi nel caso di successiva investitura in altra delle cariche o delle funzioni. Il via libera della Camera al Lodo è stato accolto con grande soddisfazione dal ministro della Giustizia Angelino Alfano, che ha spiegato come "il Paese ha bisogno di essere governato", e ha proseguito: "Silvio Berlusconi, dopo aver vinto le elezioni, merita di governare serenamente". Ma, se la maggioranza esulta di fronte all'ottenimento dell'approvazione del discusso provvedimento, il Pd non rinuncia a rilanciare la polemica, dopo aver sufficientemente surriscaldato il clima già durante la seduta. Massimo D'Alema, in particolare, è intervenuto invitando il premier ad "affrontare i giudizi che lo riguardano a testa alta", ed ha aggiunto:" Questa legge serve solo a bloccare in modo sbrigativo e rozzo il processo per corruzione in cui il presidente del Consiglio è coinvolto e forse per evitargliene un altro. La verità è questa, e le finzioni non aiutano". Anche il segretario del Pd, Walter Veltroni, non ha risparmiato commenti contrari a quanto deciso dalla Camera, affermando che "il Lodo Alfano è obiettivamente una legge per una persona. Se non fosse così il governo avrebbe risposto positivamente all'appello a non avvalersi delle prerogative" contenute nella norma, e cioè "l'immunità per le alte cariche dello Stato". Per Veltroni la prova che si tratta di una legge ad personam risiede anche nell'urgenza. "Perché non è stata scelta una legge costituzionale? Per la necessità di andare velocemente e fare presto, tanto che si è anche fatta un'inversione con il 'blocca processi'". Ma ancor più grave, osserva Veltroni, "è che per fare una norma a favore dei non autosufficienti ci si è messo 6 anni, per questa 48 ore". E ha concluso: "Quando si tratta di questioni che riguardano qualcuno c'è una grande velocità, quando invece riguardano il Paese c'è un'estrema lentezza". Ma i commenti più aspri, come era prevedibile, sono arrivati dall'Idv, con il suo leader Antonio Di Pietro in testa, che ha attaccato il premier, assente in aula, denunciandone l'assenza anche nel giorno in cui "ci chiama a violare la Costituzione per farle un favore". Un commento forte, non applaudito dal Pd. La maggioranza, dal canto suo, si dice estremamente soddisfatta dell'ottenimento dell'agognato risultato. Il capogruppo del Pdl, Fabrizio Cicchitto, ha affermato: "Sul terreno della giustizia va fatta una operazione globale. Siamo di fronte a una questione decisiva per il futuro della legislatura". Il ddl passerà adesso al Senato, il cui voto è previsto prima della pausa estiva.

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Berlusconi: i giudici metastasi della democrazia

Roma. Quella che ormai sembra essersi configurata come una storica e interminabile serie di affondi e botta e risposta tra il premier e la magistratura, ha visto nella giornata di oggi l'aggiunta di un nuovo capitolo. Prendendo la parola nel corso dell'assemblea della Confesercenti, Silvio Berlusconi è tornato ad attaccare le toghe, con un affondo lapidario: "I giudici e i pm ideologizzati - ha affermato il presidente del Consiglio - sono una metastasi della nostra democrazia". Il premier ha voluto utilizzare l'arma dell'ironia, ricordando che ci sono "molti pm che vorrebbero vedermi legato", mimando persino le manette ai polsi. Infine, ha generalizzato mostrando la difficile situazione nella quale si viene a trovare qualunque presidente del Consiglio italiano, che ha "le mani legate di fronte ad un'architettura che non è quella di uno stato moderno ma è quella di uno stato antico". L'affondo ai "giudici ideologizzati" non poteva che accendere l'ira della platea della Confesercenti, che si è levata, salvo qualche applauso proveniente dalla stessa, con una serie di fischi e "buuuh". E non è servito a calmarla l'articolato discorso di Berlusconi che, dati alla mano, ha spiegato:" dal 1994 al 2006 ci sono stati più di 789 tra pm e magistrati che si sono interessati del "pericolo Berlusconi", per sovvertire la democrazia, non ci sono riusciti e non ci riusciranno. I cittadini hanno il diritto di vedere governare chi hanno deciso, tramite libere elezioni, di scegliere per la guida del Paese". In risposta ai fischi, poi, il premier ha affermato: "Mi indigna quando qualcuno si lascia trasportare dall'ala giustizialista della magistratura. Ho anche fiducia nella magistratura, ma dopo un calvario simile in me c'è indignazione. Ed ha aggiunto: Mi avete invitato voi...".
Affondo anche all'opposizione - Nel giorno dell'assemblea della Confesercenti, Berlusconi non ha risparmato nemmeno una critica all'opposizione, che considera colpevole di aver spezzato il dialogo con la maggioranza. "L'opposizione è rimasta indietro ed è giustizialista", è stato l'attacco del premier, che individua le cause della fine del dialogo nell'incapacità dell'opposizione di capire e unirsi alla maggioranza per cercare di combattere chi sovverte la democrazia. Ma il leader del Pd, Veltroni, ha risposto in maniera chiara all'intervento del Cavaliere, giudicandolo un "imbarazzante comizio".

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Giura l'esecutivo, nasce il governo Berlusconi IV

Roma. Con il termine della cerimonia di giuramento del nuovo governo, l'esecutivo con al vertice Silvio Berlusconi è entrato nel pieno delle sue funzioni. La cerimonia, piuttosto rapida, si è svolta nella giornata di oggi nel Salone delle Feste del Quirinale, davanti al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Sono 21 in tutto i ministri che, tra la visibile emozione e anche qualche gag, hanno pronunciato la tradizionale formula di rito: "Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell'interesse esclusivo della nazione". Il primo a giurare è stato il nuovo premier Silvio Berlusconi, per il quale questo sarà il quarto governo da lui guidato. A seguire i ministri senza portafoglio, il primo fra i quali Elio Vito (Rapporti con il Parlamento), e poi Umberto Bossi (Riforme), fino ad arrivare ai ministri con portafoglio come Giulio Tremonti (Economia) e Franco Frattini (Esteri). Ma è stata la tradizionale foto di gruppo scattata nel Salone delle Feste al termine del giuramento, che ritrae il premier Berlusconi insieme alla squadra di governo e al presidente della Repubblica, a sancire di fatto l'avvio del nuovo esecutivo. Dopo la foto, il Cavaliere, tra gli applausi del pubblico in festa a Piazza Colonna, è entrato a Palazzo Chigi, nel cui cortile interno è stato accolto dai picchetti d'onore delle armi, per poi salire nello studio del premier uscente Romano Prodi per il passaggio delle consegne. Qui ha avuto luogo anche un colloquio, nel corso del quale il Professore ha consigliato a Berlusconi di proseguire sulla strada del risanamento dell'economia e della lotta all'evasione fiscale. Per finire con il rito formale della consegna della campanella, con cui il premier apre e chiude le riunioni del Consiglio dei ministri. Un incontro, l'ultimo, conclusosi con una stretta di mano di fronte alle telecamere, ma senza alcun sorriso da parte del nuovo premier. Consegnata la campanella, Prodi, come da tradizione, ha percorso il tappeto rosso del cortile di Palazzo Chigi, salutato dal picchetto d'onore e applaudito dai dipendenti della presidenza del Consiglio.
Berlusconi in Consiglio dei ministri: "c'è tanto da lavorare" - Al termine della cerimonia di giuramento e di passaggio delle consegne, è stato indetto il primo Consiglio dei ministri della nuova legislatura. Berlusconi ha augurato alla squadra di governo "buon lavoro", insistento sulla "missione" dell'esecutivo:" Milioni di italiani guardano a noi: non possiamo deluderli." E ha concluso dicendo che "c'è tanto da lavorare". Poi, dopo un sopralluogo in sala stampa a Palazzo Chigi, ha subito notato lo sfondo di colore azzurro voluto da Prodi nel vecchio fondale della saletta, e ha affermato che sarà meglio ripristinare quello che c'era prima.
La lista dei ministri - Il nuovo premier Silvio Berlusconi si è distinto per aver dimostrato una velocità record nel comunicare la lista dei ministri del suo nuovo governo immediatamente dopo il conferimento dell'incarico di dar vita ad un esecutivo da parte del presidente Napolitano.
Di seguito la lista completa dei ministri:
Ministri senza portafoglio: Riforme: Umberto Bossi; Semplificazione: Roberto Calderoli; Attuazione Programma: Gianfranco Rotondi; Politiche Comunitarie: Andrea Ronchi; Pari Opportunità: Mara Carfagna; Affari regionali: Raffaele Fitto; Politiche giovanili: Giorgia Meloni; Rapporti con parlamento: Elio Vito; Innovazione: Renato Brunetta.
Ministri con portafoglio: Esteri: Franco Frattini; Interno: Roberto Maroni; Giustizia: Angelino Alfano; Economia: Giulio Tremonti; Difesa: Ignazio La Russa; Sviluppo economico: Claudio Scajola; Pubblica istruzione: Maria Stella Gelmini; Politiche agricole: Luca Zaia; Ambiente: Stefania Prestigiacomo; Infrastrutture: Altero Matteoli; Welfare: Maurizio Sacconi; Beni culturali: Sandro Bondi.

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Senato, Renato Schifani si aggiudica la presidenza

L'ex capogruppo dei senatori azzurri eletto presidente della Camera Alta alla prima votazione. Applausi bipartisan. "Fumata nera" alla Camera

Roma. Un solo tentativo di votazione ha sancito, nella giornata di ieri, la nomina del senatore siciliano Renato Schifani alla carica di presidente del Senato. Un ruolo di certo vicino alle sue esperienze politiche, dato che proprio alla Camera Alta Schifani è stato capogruppo dei senatori di Forza Italia. Con 178 preferenze sulle 162 necessarie, espresse già alla prima votazione svoltasi intorno alle 12:30, il successo di Schifani era apparso subito ben chiaro, e si è concretizzato all'atto della lettura delle schede da parte del senatore Giulio Adreotti. Un'elezione accolta dall'applauso dei compagni di partito, ma anche da molti esponenti dell'opposizione. Nel suo primo discorso da presidente, Schifani ha affermato che "ci aspetta una feconda stagione di riforme condivise. Mi impegno a svolgere il mio ruolo come garante delle regole". Non ha poi dimenticato di ribadire la necessità di "preservare il dialogo tra i Poli", essendo essenziale il mantenimento di una "reciproca legittimazione, la sola che permette di operare per il bene più importante: la crescita del nostro Paese e la salvaguardia dei valori costituzionali". Un successo nel quale Schifani, dettosi "emozionato" all'inizio della giornata, sperava e che in fondo prevedeva: "Una giornata storica, per la mia vita, e, credo, anche per il Paese", era stato il suo commento rilasciato ai cronisti prima della seduta in Aula presieduta da Andreotti.
"Fumata nera" a Montecitorio - Si è rivelata di tutt'altro tipo la votazione svoltasi nella giornata di ieri a Montecitorio. Dopo tre tentativi non è stato possibile raggiungere l'atteso risultato della nomina del presidente alla Camera, carica che spetterebbe a Gianfranco Fini. La situazione si è rivelata difficile, perché per le prime tre votazioni è previsto un quorum qualificato di 400 voti, impossibile da ottenere. Motivo per cui ci si affiderà al quarto tentativo, per il quale conta una maggioranza semplice. Una vera e propria "fumata nera" ha dunque caratterizzato il voto a Montecitorio, ma l'impossibilità di raggiungere il quorum necessario dei due terzi dell'assemblea era stata in realtà già prevista, e alla fine non hanno stupito i 325 voti andati a Fini, così come le 278 schede bianche derivate dalla scelta di Pd, Idv e Udc. Le schede nulle sono state 6, i voti dispersi 12. Nella seconda votazione, poi, ancora una volta la maggioranza dei 2/3 dei componenti dell'assemblea non è stata raggiunta, con 308 voti per Fini, 14 dispersi, 253 schede bianche e 14 nulle. Alla terza votazione, infine, Fini ha incassato 301 voti, 8 preferenze sono andate a Daniele Marantelli del Pd, le schede bianche sono state 245, le schede nulle 10, i voti dispersi 12.
Avviate le convocazioni - Le sedute di insediamento a Palazzo Madama e a Montecitorio sono state convocate quasi in contemporanea, nella mattinata di ieri, entrambe aventi all'ordine del giorno le formalità di insediamento (la costituzione dell'ufficio di presidenza e delle giunte incaricate della verifica degli eletti) oltre che l'elezione dei nuovi presidenti chiamati a sostituire Bertinotti e Marini. Ma per la nomina del presidente alla Camera bisognerà attendere ancora.

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Governo, Berlusconi frena l'entusiasmo della Lega

Milano. Se i leghisti, forti della posizione di certo non secondaria nel governo che sta nascendo, non frenano il loro entusiasmo, ci pensa il premier in pectore Berlusconi a porre un freno alle mire lombarde. All'indomani del vertice di Arcore con Bossi e gli altri esponenti del Carroccio, nel corso del quale il Senatùr ha dato come certa la presenza nell'esecutivo di tre ministri leghisti (lui stesso alle Riforme, Maroni agli Interni e Luca Zaia alle Politiche Agricole), nonchè la designazione a vicepremier di Roberto Calderoli, il leader del Pdl, intervenendo al telefono al Mediolanum Market Forum, ha rettificato immediatamente, annunciando, quasi a mò di ammonimento nei riguardi del Carroccio, che "ci saranno sorprese" e che "tutto si concluderà quando avrò l'intero panorama chiaro". Berlusconi ha precisato che la decisione sulla composizione della squadra di governo spetterà a lui, sottoponendo al presidente della Repubblica, al momento opportuno, i nomi della formazione. Non mancano del resto ancora nodi da sciogliere, come il destino di Formigoni (nella foto) alla presidenza della Regione Lombardia. Formigoni avrebbe sentito Berlusconi per telefono, e i due avrebbero deciso di fissare un incontro per martedì. Tra le varie probabilità, ci sarebbe la nomina di Formigoni alla guida del Senato, sebbene all'ottenimento della stessa carica sembra vicino anche Schifani. Verosimile anche l'ipotesi di un accorpamento di Attività produttive e Commercio estero in un superministero presieduto dal governatore lombardo. Ma il Cavaliere si trova a dover fronteggiare anche un'altra questione, la cui mancata soluzione provocherebbe non pochi problemi: il malcontento della Dca, il cui portavoce, Alfredo Tarullo, a seguito del vertice di Arcore, ha affermato attraverso una nota: "Senza una presenza del partito in Consiglio dei ministri restiamo fuori dal governo e da tutti gli incarichi parlamentari". Lo stesso Tarullo ha definito il segretario nazionale della Dca Gianfranco Rotondi "molto irritato, da giovane vecchio democristiano", a causa della "circostanza grottesca e inedita" provocata dall'annuncio entusiastico di Bossi.
E Veltroni gusta già le "prime contraddizioni" - Non ha perso tempo il leader del Pd Walter Veltroni, dalla sua posizione di nuovo capo dell'opposizione e, di fronte alle difficoltà d'intesa in casa Pdl, non risparmia commenti taglienti quando afferma: "Vedo già contraddizioni e smentite, e una compagine di governo che ricalca quella del 1994".

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Elezioni, trionfano Pdl-Lega, governo a Berlusconi

L'alleanza Pdl-Lega-Mpa trionfa su Pd-Idv. E' boom per la Lega. Flop della Sinistra-Arcobaleno, rimasta fuori dal Parlamento

Milano. I primi exit poll della giornata, che davano una differenza tra le coalizioni Pdl-Lega-Mpa e Pd-Idv di soli due o al massimo tre punti percentuali, erano stati rapidamente smentiti, come tradizionalmente capita nel corso dello scrutinio. E alla fine questo atteso 14 aprile si è concluso senza particolari colpi di scena, con il netto trionfo della coalizione guidata da Silvio Berlusconi. Il Pdl, forte della presenza della Lega nella sua alleanza, ha letteralmente surclassato la coalizione di Veltroni, aggiudicandosi al Senato la vittoria con il 47,2% delle preferenze contro il 38,1% dei voti ottenuti dal Partito democratico e dall'Italia dei valori. Alla Camera l'alleanza guidata dal Popolo della Libertà si è aggiudicata il 46,6% dei voti, contro il 37,7% delle preferenze andate a quella del Partito democratico Una vittoria tanto marcata che la coalizione di centrodestra potrà vantare una larga maggioranza alla Camera, con 340 seggi contro i 241 destinati a Veltroni, e una maggioranza altrettanto robusta al Senato, con 167 seggi contro i 137 di Pd e Italia dei valori. Premesse che lasciano ben sperare, se si pensa alla maggioranza risicata che contraddistinse lo sfortunato governo Prodi. Dimostrando la sua coerenza, già in serata Walter Veltroni ha riconosciuto la vittoria all'avversario, telefonando a Berlusconi "per augurargli buon lavoro". Il leader del Pdl, alla notizia della vittoria, si è detto commosso e non ha mancato di esprimere il proprio entusiasmo preannunciando la squadra di governo che intende nominare, composta da 12 ministri di cui 4 donne. Il Cavaliere ha anche affermato la sua apertura al dialogo sulle riforme. Ma a segnare particolarmente le elezioni 2008 è stato sicuramente il vero e proprio "boom" della Lega, che ha incassato una percentuale di voti pari all'8,1%, e conterà a Palazzo Madama su un numero di 22 senatori. "Avete visto che destro è venuto dal popolo, che destro popolare" ha affermato fiero il leader del Carroccio Umberto Bossi dopo le prime proiezioni, precisando che la Lega manterrà i patti con Berlusconi, nei quali, ha specificato, "c'è il federalismo fiscale". Ha parlato di "opposizione costruttiva" il leader Udc Casini, ormai completamente fuori, per sua scelta, dalla coalizione di centrodestra. Per altre frange politiche il destino non è stato roseo, riservando tristi sorprese. Come nel caso del flop della Sinistra-Arcobaleno di Fausto Bertinotti, che ha registrato un consenso pari al 3,2% e sembra destinata a sparire dal Parlamento. Una sinistra sconfitta che, come affermato dal suo stesso leader, addebita la propria sconfitta all'aver appoggiato il governo Prodi nella scorsa legislatura. Bertinotti si è subito dimesso dagli incarichi dirigenziali. Stessa sorte per il Partito socialista, che ha ricevuto lo 0,8% dei voti, portando il suo leader Boselli alla decisione di rassegnare le dimissioni. Parte dunque la nuova avventura politica di Berlusconi, la sua terza esperienza al governo. Il cammino di un "presidente di tutti gli italiani", quale più volte ha detto di voler essere, che promette di "governare per 5 anni difficili ma anche decisivi per il paese". E, per concludere, non ha negato l'onore delle armi a Veltroni, del quale ha gradito la telefonata per augurargli buon lavoro.

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Palermo, sparite 100 schede del Senato

Palermo. A poche ore dalla chiusura delle urne, prevista per le 15 di questo pomeriggio, a suscitare non poco scalpore è stata la scoperta, a Palermo, della scomparsa di 100 schede elettorali del Senato, timbrate ma ancora in bianco. La Digos del capoluogo siciliano ha immediatamente aperto un'indagine per far luce sull'accaduto, dopo la denuncia presentata dal presidente del seggio che si trova nella scuola elementare "Giovanni Falcone". Intanto l'affluenza alle urne, almeno fino alle 22 di ieri sera, non è aumentata: a votare per la Camera è stato il 62,5% degli aventi diritto, dato inferiore alle precedenti elezioni, quando a esprimere il voto era stato il 66,5% degli elettori. I dati di affluenza per le amministrative, invece, vanno in tutt'altra direzione: alle comunali ha votato il 60,6% contro il 55,1% degli elettori registrato nelle precedenti elezioni omologhe. Alle provinciali ha votato il 57,1% contro il 44,6% degli aventi diritto alle precedenti elezioni.
Lo scrutinio - Lo spoglio prenderà avvio al termine delle operazioni di voto e di riscontro dei votanti, a partire dall'analisi delle schede del Senato. Gli scrutini per le amministrative (regionali, provinciali e comunali) sono invece previsti per domani, martedì 15 aprile, a partire dalle ore 14.

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Al via il voto, alle 19 ancora affluenza in calo

Roma. Non sembra vero, abituati come eravamo ormai a sorbirci quotidianamente i tradizionali discorsi tenuti dai politici per tutto il corso della campagna elettorale, tra polemiche su spazi televisivi e par condicio, eppure il fatidico election day è arrivato. Da questa mattina alle 8, fino alle 22, i seggi resteranno aperti per consentire agli elettori di esprimere la propria preferenza. Sarà possibile votare anche domani dalle 7 alle 15. Saranno 47 milioni gli aventi diritto chiamati a votare, anche se l'ultimo dato parziale reso noto dal ministero dell'Interno comunica che alle 19 di questa sera l'affluenza per le elezioni politiche è stata del 49,166%, dato in calo rispetto alle politiche del 2006, quando alla stessa ora aveva votato il 52,463 degli elettori. Oltre che per la composizione del Parlamento, per il quale saranno eletti 618 deputati e 309 senatori, in questa tornata si vota anche per il rinnovo di 423 consigli comunali (di cui 9 capoluoghi di provincia: Brescia, Sondrio, Treviso, Massa, Pisa, Roma, Viterbo e Pescara), oltre a Udine, in Friuli Venezia Giulia, Regione a Statuto speciale; 8 consigli provinciali e due Regioni: Friuli Venezia Giulia e Sicilia (in Valle d'Aosta il 25 maggio). Gli eventuali ballottaggi per le amministrative saranno il 27 e 28 aprile. I primi risultati delle elezioni verranno comunicati domani sera, mentre per le amministrative bisognerà attendere martedì.
A Matrix l'ultima bufera - In quello che doveva essere il giorno del "silenzio elettorale", non è mancata l'ultima bufera di questa campagna elettorale: la polemica del Pd nei confronti di Matrix, il programma di Mentana, che venerdì sera ha ospitato Veltroni e Berlusconi per il loro ultimo appello agli italiani. "E' decisamente strano che l'intervento di Veltroni sia stato interrotto da una pubblicità di 4 minuti con 10 prodotti e quella di Berlusconi da una pubblicità di un solo minuto e mezzo con 5 prodotti", ha denunciato Ermete Realacci. E il capogruppo del Pd in Vigilanza, Fabrizio Morri, ha promesso di presentare un esposto all'Autorità garante delle Comunicazioni (Agcom). Anche La Destra e l'Udc si sono uniti nella polemica contro la violazione della par condicio da parte del leader del Pdl. Da parte sua, il Garante per le Comunicazioni ha precisato che non interverrà su queste denunce, ma ha ricordato a tutte le tv l'obbligo di rispetto del silenzio elettorale, scattato a mezzanotte di venerdì.
I candidati premier - I leader in campo sono 32. Tra questi, i dieci principali sono: Walter Veltroni (Partito Democratico, Idv), Silvio Berlusconi (Pdl, Lega Nord, Mpa), Fausto Bertinotti (La Sinistra l'Arcobaleno), Pier Ferdinando Casini (Unione di Centro), Flavia D'Angeli (Sinistra Critica), Giuliano Ferrara (Aborto? No Grazie), Marco Ferrando (Part. Comunista dei Lavoratori), Daniela Santanchè (LA Destra-Fiamma Tricolore), Roberto Fiore (Forza Nuova).
Come si vota - I colori permettono una immediata individuazione delle varie schede elettorali: la scheda è rosa per la Camera, gialla per il Senato, verde per le provinciali, azzurra per le comunali. Sia per la Camera sia per il Senato l'elettore esprime il voto tracciando un solo segno sul contrassegno della lista prescelta, anche in caso di liste collegate in coalizione, pena la sua validità. Ma se il segno dovesse parzialmente invadere altri simboli il voto verrà comunque assegnato a quello su cui insiste la parte prevalente del segno stesso. È vietato scrivere sulla scheda il nominativo dei candidati. Nelle elezioni provinciali non è ammesso il voto disgiunto, cioé il voto per un presidente della provincia di un gruppo o di un gruppo di liste e per un candidato al consiglio provinciale di un altro gruppo o gruppo di liste. Per quanto riguarda le comunali, nei comuni con più di 15mila abitanti è consentito il voto disgiunto. Si può anche esprimere un voto di preferenza per un candidato alla carica di consigliere comunale, scrivendone il nominativo (solo il cognome o, in caso di omonimia, il cognome e nome e, ove occorra, la data e il luogo di nascita) alla destra del contrassegno della lista.

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Napolitano scioglie le Camere, al voto il 13 aprile

Nessun accordo di maggioranza sulla riforma della legge elettorale, Napolitano deluso scioglie le Camere. Al via la campagna elettorale

Roma. "La decisione di sciogliere le Camere, sentiti i loro presidenti, è divenuta obbligata visto l'esito negativo degli sforzi che ho diversamente compiuto nella convinzione che elezioni così fortemente anticipate costituiscano un'anomalia rispetto al normale succedersi delle legislature parlamentari, non senza conseguenze sulla governabilità del paese". E' un presidente della Repubblica deluso, quello che ha deciso di firmare il decreto di scioglimento della XV legislatura. Giorgio Napolitano si è detto rammaricato per il fatto di "dover chiamare gli italiani alle urne senza che la riforma elettorale sia stata approvata", sebbene la scelta di sciogliere le Camere fosse ormai necessaria, dato l'evidente fallimento del mandato esplorativo, affidato al presidente del Senato Franco Marini lo scorso 30 gennaio, che "purtroppo non è stato coronato da successo", nonostante "l'impegno e lo scrupolo" dimostrati dalla seconda carica dello Stato. Il presidente Napolitano non ha dunque nascosto la propria delusione per il fallimento della ricerca di un punto di intesa tra le frange politiche sulla riforma della legge elettorale. Un punto, quest'ultimo, considerato dal capo dello Stato di estrema importanza, dato che, come ha precisato nel suo intervento "già nel febbraio dello scorso anno, rinviando al Parlamento il governo dimissionario, avevo evidenziato la necessità di una modifica del sistema elettorale vigente. Ma nella discussione che da allora è seguita hanno a lungo pesato le incertezze tra le forze politiche. Si era tuttavia giunti nelle ultime settimane sulla soglia di una possibile conclusione. Di qui il mio auspicio affinché si procedesse con quella riforma come primo passo verso una revisione delle regole di funzionamento della competizione politica". Nella mattinata di oggi, proprio a seguito dell'ufficializzazione, tramite decreto, dello scioglimento del Senato e della Camera dei deputati da parte del presidente Napolitano, è arrivata la decisione del Consiglio dei ministri, che ha fissato la data delle elezioni politiche per domenica 13 e lunedì 14 aprile. Secondo quanto deciso dal Consiglio, i simboli dei partiti dovranno essere depositati al Viminale tra la mattina di venerdì 29 febbraio e domenica 2 marzo. Le liste dei candidati dovranno essere presentate tra la mattina di sabato 9 marzo e le 20 di domenica 10. Martedì 29 aprile ci sarà la prima seduta del Parlamento di quella che di fatto sarà la sedicesima legislatura nella storia della Repubblica. Unico punto ancora in discussione, vedere se sarà possibile o meno effettuare l'accorpamento del voto per il rinnovo del Parlamento con quello delle amministrative.
E Veltroni disse: "Yes, we can" - Sulla scia del motto pronunciato dal candidato alle primarie statunitensi Barack Obama, Il leader del Pd Walter Veltroni ha aperto una campagna elettorale che vedrà il suo partito "correre da solo", anche al Senato, dove - afferma il segretario del Pd - formerà in caso di vittoria un governo di 12 ministri. L'annuncio di Veltroni arriva nello stesso giorno in cui l'ex premier Romano Prodi ha confermato la sua decisone di non volersi ricandidare alle prossime elezioni. Veltroni ha spiegato che quella del Pd è "una scelta coraggiosa", ma almeno - spiega - in questo modo il suo partito si presenterà alle elezioni senza aver stretto alleanze "pasticciate". E ha conclsuo: "Sul programma si cercheranno convergenze con forze che si collocano nel campo della sinistra riformista, non in quello della sinistra radicale"
Mastella sull'uscio di casa Cdl
- L'ex Guardasigilli, Clemente Mastella, ospite nel programma "Porta a porta", ha confermato di essere in fase di trattativa con L'Udc, e ha anche lanciato un messaggio al Cavaliere: "Se dal centrodestra, dalla Casa delle libertà, mi arriverà una proposta che mi convincerà, dirò di sì". Ma è subito bufera dalla Lega, che mette il veto sull'ipotesi dell'ingresso del leader dei Popolari Udeur in casa Cdl. Roberto Castelli, a "Ballarò", è molto chiaro: "Non credo che Mastella sarà nostro alleato: esiste un patto che dice che per allargare l'alleanza tutti i fondatori della Cdl devono essere d'accordo. Siccome la Lega è contro, l'Udeur non entra".

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Crisi di governo, Napolitano incarica Franco Marini

Roma. Terminati i colloqui con i leader dei gruppi politici e con i presidenti emeriti della Repubblica Cossiga, Scalfaro e Ciampi, e chiuso il periodo di riflessione su una situazione "frammentata e complessa", il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha pronunciato oggi la propria decisione: riporre nelle mani del presidente del Senato Franco Marini (nella foto) un "incarico finalizzato", per verificare se sussistono le possibilità di consenso per una riforma della legge elettorale e di un governo che si occupi di essa. La scelta di puntare sulla riforma della legge elettorale è stata ampiamente motivata dal presidente Napolitano nel corso del suo intervento. In particolare, il capo dello Stato ha sottolineato come "la crisi della maggioranza di governo è avvenuta dopo che in parlamento si erano aperti spiragli di dialogo per una riforma elettorale e per importanti riforme istituzionali". Inoltre, a favorire la spinta verso la scelta di privilegiare la riforma della legge elettorale è stata la Corte Costuzionale, che ha dichiarato ammissibile una richiesta di referendum. Da parte sua, il presidente del Senato Marini ha accolto il mandato, definendolo "un impegno gravoso", e ha precisato:"So che nelle attese dei nostri cittadini c'è un'attenzione forte alla modifica della legge elettorale. I tempi sono stretti, cercherò di trovare un punto di equilibrio tra le diverse esigenze. Impegnerò in questo compito tutta la mia determinazione". Di fronte all'affidamento del mandato alla seconda carica istituzionale dello Stato , la posizione del centrodestra è nettamente opposta:"A Marini chiederemo di andare subito al voto, non c'è bisogno di cambiare adesso la legge elettorale", ha affermato il leader di Fi Silvio Berlusconi. Ieri, in serata, gli ha fatto eco il leader Udc Pier Ferdinando Casini, che, a chi gli rimproverava una precedente posizione favorevole a un governo istituzionale, ha risposto decisamente:"Nessun italiano serio può pensare che io possa sostenere un governo con Rifondazione comunista, con Bertinotti e Pecoraro Scanio". In quanto all'affidamento del mandato a Marini, Il leader centrista non è scettico come il Cavaliere, e si limita a parlare di "missione difficile, ma di impossibile in assoluto non c'è nulla. Però i margini si sono assottigliati". Centrodestra condito in salsa piccante quando si aggiungono le dichiarazioni poco diplomatiche della Lega, con il senatur che tuona:"è il momento di dire basta ai giochi di prestigio". Il leader di An, Gianfranco Fini, giustifica la decisone del capo dello Stato affermando che "sciogliere le Camere è sempre traumatico", ma si dice certo del fallimento della missione di Marini. Se dai sindacati - con il segretario della Csl Raffaele Bonanni in testa - arriva un attestato di stima nei riguardi del presidente del Senato, elogiato anche dal numero uno di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, che lo ha definito "una persona capace, con senso del bene comune e del lavorare insieme", nel centrosinistra il consenso non è invece unanime. Il Partito democratico ha accolto la decisione di Napolitano come un favore, come sottolineato dalla capogruppo al Senato Anna Finocchiaro, che ribadisce come una delle soluzioni auspicate dal segretario del Pd Walter Veltroni fosse stata proprio quella di formare un governo che facesse almeno la legge elettorale. Soddisfatta anche Rifondazione Comunista. E' uno no a compromessi con "governi che cambino la maggioranze uscita dalle urne", quello espresso invece dal leader del PdCi Oliviero Diliberto, che ha precisato:"Rispetto a qualunque intesa pasticciata meglio votare". Sulla stessa linea l'Italia dei valori, fino ad arrivare alle chiare parole, non suscettibili di fraintendimenti, del leader dei radicali Marco Pannella:"Urlando 'al voto al voto' si minchiona l'Italia".

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Senato, negata la fiducia a Prodi, cade il governo

Roma. Prima le dimissioni dell'ex ministro Clemente Mastella, poi l'annuncio del ritiro dell'Udeur dalla maggioranza. Questa volta, nonostante precedenti che avevano avuto esiti non fatali, la crisi del governo Prodi incombeva più che in passato, e tutti erano coscienti che si respirava una brutta aria. Era un premier dubbioso, quello che tra speranze, timori e la consapevolezza di dover trovare la strategia più adeguata nel più breve tempo possibile, oggi aveva deciso di giocare la sua ultima carta, in alternativa all'immediato annuncio delle dimissioni: chiedere la fiducia in Senato. Ma, dopo un'estenuante giornata, iniziata con un intervento di Romano Prodi in Aula alle 15 di questo pomeriggio, e terminata con la dichiarazione di voto, la fiducia è stata negata e il governo è crollato, con 161 no, 156 sì, un astenuto (il senatore Scalera) e tre assenti (Andreotti, Pallaro e Pininfarina). Si è infranto così, a Palazzo Madama, il sogno del Professore, che proprio ieri, deciso a non salire al Quirinale a rassegnare le dimissioni, aveva incassato la fiducia alla Camera, con 326 sì contro 275 no. Un risultato, quello di oggi, che tuttavia sotto certi aspetti era prevedibile. I senatori del centrodestra, infatti, hanno confermato quanto annunciato prima della dichiarazione di voto, scegliendo di negare la fiducia a Prodi. Domenico Fisichella, ex An ora militante tra le fila della Margherita, ha espresso un voto contrario, dopo che in precedenza aveva annunciato che si sarebbe astenuto. Lo stesso leader dei Liberaldemocratici Lamberto Dini, che ha votato no, e il compagno Giuseppe Scalera, che si è astenuto, avevano pecedentemente annunciato la volontà di non appoggiare Prodi. Alle 21 di questa sera, Romano Prodi è salito sul Colle per rimettere il mandato nelle mani del capo dello Stato Giorgio Napolitano, che le ha accolte senza replicare. Era stato lo stesso presidente della Repubblica, oltre al segretario del Pd Walter Veltroni, a consigliare nei giorni scorsi al premier di evitare il voto, e preferire piuttosto la via delle dimissioni prima di una possibile bocciatura. L'ultima accesa seduta, in cui Prodi ha preso la parola da presidente del Consiglio, si è aperta oggi con un intervento con il quale il premier ha chiesto ai senatori di esprimere un voto "motivato", ribadendo la necessità che tale voto fosse "esplicito", nel rispetto della Costituzione, e promettendo riforme istituzionali e una revisione della squadra di governo, in modo da "rafforzare le sue capacità decisionali, snellire le sue procedure, migliorare la sua resa, forse ridefinire le sue strutture e la sua composizione". Lo stesso Prodi, prima delle dichiarazioni di voto, si era definito "coerente e non testardo" in merito alla sua scelta di essere in aula a confrontarsi con i senatori per verificare l'esistenza di una maggioranza a suo favore dopo lo strappo Udeur. E proprio il partito di Clemente Mastella è stato forse il principale protagonista della giornata, contribuendo a rendere incandescente un'atmosfera già appesantita dalle preoccupazioni dell'Unione. L'apice è stato raggiunto nel momento in cui il senatore udierrino Nuccio Cusumano (nella foto in alto) ha annunciato la sua volontà di votare a favore del governo, nonostante gli altri compagni di partito avessero deciso di negare la fiducia a Prodi. A quel punto, Cusumano è stato colto da un malore, a seguito dei pesanti insulti rivoltegli dall'esponente Udeur Tommaso Barbato (nelle foto in basso), che lo ha aggredito verbalmente, dandogli del "pezzo di merda, pagliaccio, venduto".
.I commessi sono accorsi per allontanare Barbato dall'aula, mentre la seduta è stata sospesa e Cusumano portato via in barella. Dopo 618 giorni trascorsi dal premier Prodi al timone di Palazzo Chigi, si chiude così l'ultima giornata del governo, il cui esito è stato determinato, tra le altre, dalle scelte decisive di Mastella, Fini, Fisichella e Turigliatto. In serata il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha dato il via alle consultazioni. I primi a salire il Colle saranno i presidenti di Camera e Senato.
Fini e Berlusconi: voto subito - Mentre festeggia con spumante e applausi anche nell'Aula del Senato, il fronte del "no" già comincia a chiedersi quale sarà la strategia politica più opportuna da adottare. Fini di An e Berlusconi di Fi propongono decisamente le elezioni immediate. Dall'altro lato, però, il leader dei liberaldemocratici Dini e il leader Udc Casini si dimostrano più cauti, e preferirebbero optare per un esecutivo tecnico per le riforme, in modo da andare alle urne solo dopo che sarà stata adottata la nuova legge elettorale. Ma Berlusconi, parlando al telefono al Tg4, ribadisce che bisogna andare al voto subito, sottolineando che "quello che è accaduto al Senato rispecchia il voto degli italiani, la maggioranza che sostiene il governo Prodi è implosa e bisogna restituire subito la parola agli elettori".

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L'Udeur lascia la maggioranza, Mastella: "E' finita"

Dopo le dimissioni di Mastella, l'Udeur lascia il centrosinistra e auspica le elezioni. La Cdl: Prodi si dimetta. Il premier temporeggia

Roma. "Ringrazio Romano per lo splendido e prestigioso incarico di ministro, anche se è stato drammatico. Il rapporto umano con lui rimane e rimarrà sempre, ma l'esperienza politica del centrosinistra è chiusa". Con poche ma incisive parole, rilasciate durante una conferenza stampa, l'ex Guardasigilli Clemente Mastella ha confermato lo strappo definitivo del suo partito, i Popolari Udeur, dalla coalizione di centrosinistra. Una decisione annunciata da Mastella attraverso una lettera inviata al premier Romano Prodi, in cui il leader Udeur motiva la propria scelta lamentando una "mancata solidarietà", manifestata da certi esponenti della maggioranza, sulle vicende giudiziarie che lo vedono indagato insieme alla moglie, alleati politici che invece avrebbe voluto a proprio sostegno. "E' finita", sostiene fermamente l'ex ministro della Giustizia, che considera il governo giunto al capolinea:"Se ci sarà da votare la fiducia, voteremo contro. Prodi, se vuole, può andare a cercare una maggioranza. Noi siamo per le elezioni, anche se questa è una prerogativa del Capo dello Stato. Ma dal punto di vista politico per noi è meglio andare a nuove elezioni". Mastella non risparmia piccanti commenti anche nei riguardi del segretario del Pd Walter Veltroni:"Ha voluto correre da solo e ci ha esclusi. Adesso ha questa opportunità, la colga al volo". Lo strappo dell'Udeur, in verità pevisto da gran parte della coalizione di centrosinistra - fonti di Palazzo Chigi commentano di aver maturato sospetti in questi giorni a seguito delle assenze di Mastella - ha spinto il premier a cercare una strategia di intervento tempestiva, nella speranza di recuperare una situazione che di fatto adesso, a seguito del ritiro dell'Udeur dal centrosinistra, è di vera e propria crisi. Nella serata di ieri, a seguto del vertice dei segretari dell'Unione, Prodi ha dimostrato per prima cosa il suo rifiuto di salire al Colle per rassegnare le dimissioni. E, secondo fonti non confermate, martedì mattina alle 9, a seguito della Conferenza dei capigruppo, in Aula Prodi potrebbe scegliere di chiedere la fiducia. A vertice dei segretari terminato, il segretario del Pdci Oliviero Diliberto ha affermato che ritiene giusto "che si vada in Parlamento e si rispettino le regole della Costituzione. Mastella si prenda le sue responsabilità, decidendo se votare contro o meno il governo di cui ha fatto parte". Sulla stessa frequenza il senatore dei Liberaldemocratici Lamberto Dini:"la legislatura non deve andare persa, serve un governo di transizione che affronti alcune emergenze". E' bufera sul premier, intanto, dall'altro fronte politico. Il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi parla di "crisi già evidente, nei fatti", e ritiene urgente "ridare la parola ai cittadini". Anche Andrea Ronchi, di An, Roberto Calderoli della Lega, e Casini dell'Udc, sostengono la necessità delle dimissioni di Prodi, perché, come sostiene il leghista Calderoli, "il presidente della Repubblica dovrà restituire il Paese alle urne, prima che sia davvero troppo tardi". Situazione critica per il governo Prodi, dunque. E Martedì sembra che sarà davvero il giorno del verdetto definitivo sul suo futuro.

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Mastella getta la spugna: ostaggio di estremisti

Il Guardasigilli indagato si dimette. Indagata la moglie Sandra. Prodi:"solidarietà". Napolitano firma il decreto. ANM polemica

Roma. Doveva presentare, ieri mattina alla Camera, una relazione sullo stato della giustizia in programma, ma il ministro della Giustizia Clemente Mastella, proprio in Aula, ha deciso di approfittare dell'occasione per rassegnare le proprie dimissioni, attraverso una denuncia in cui si è detto ostaggio di un'"ostinata caccia all'uomo" ad opera di "frange estremiste", che scaglierebbero le loro mosse confondendosi tra le toghe sane. Una vera stilettata contro la magistratura, quella risultata dalle parole del leader Udeur, applaudite da entrambi gli schieramenti politici, ma in particolare dal centrodestra:"Nonostante abbia lavorato giorno e notte per dimostrare la mia credibilità e la mia buona fede di interlocutore affidabile per il mondo della giustizia, oggi mi accorgo che sono stato invece percepito da alcune frange oltranziste come un avversario da contrastare, se non addirittura un nemico da abbattere". Il Guardasigilli ha spiegato:"Ho combattuto la mia battaglia finché si combatteva ad armi pari, e non arrivavano colpi bassi e imprevisti, perché dalla tua condotta politica nulla lasciava presagire un concertato volume di fuoco per distruggere la tua persona, la tua dignità, i tuoi valori". Il leader dei Popolari Udeur ha quindi gettato la spugna "per senso dello Stato", perchè non è riuscito, pur nella condizione di ministro della Giustizia, "a difendere la moglie da un provvedimento ingiusto". E ha concluso, dopo aver ricevuto un accorato applauso:"Mi dimetto perché tra l'amore per la mia famiglia e il potere scelgo il primo". Una scelta maturata tra la profonda rabbia e la delusione, che proprio nella mattinata di ieri lo hanno sopraffatto dopo aver appreso che erano stati ordinati gli arresti domiciliari per la moglie Sandra Lonardo, presidente del Consiglio regionale della Campania, accusata del reato di concussione nei confronti del direttore generale dell'ospedale di Caserta. Il provvedimento restrittivo, richiesto dalla procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere e firmato dal gip Francesco Chiaromonte, fa parte di un'ampia inchiesta che ha visto nel complesso l'emanazione di 23 provvedimenti, di cui 4 da scontare in carcere, mirati ad esponenti della giunta regionale campana, a consiglieri regionali e ad amministratori dell'Udeur. Tra gli indagati, nella stessa giornata di ieri, sarebbe finito poi lo stesso Mastella, iscritto nel registro con ben sette ipotesi di reato: concorso esterno in associazione per delinquere, due episodi di concorso in concussione e uno di tentata concussione, un concorso in abuso d'ufficio e due concorsi in falso. Ma l'episodio più clamoroso contestato al ministro della Giustizia è stato il tentativo di concussione ai danni del presidente della Regione Antonio Bassolino. Per quest'ultima ipotesi di reato, sembra che Mastella avrebbe fatto pressioni indebite sul governatore della Campania, per ottenere carta bianca sul favoreggiamento di alcune nomine. Secondo i magistrati, il ministro della Giustizia avrebbe sfruttato un potere di controllo sulle attività degli enti pubblici e locali ricadenti nel territorio della Campania.
Conferenza stampa a Benevento - Nella giornata di oggi, Celemente Mastella ha parlato nel corso di una conferenza stampa convocata in un hotel di Benevento. Dopo aver confermato le proprie dimissioni "in nome della mia dignità, della mia libertà di potermi difendere al meglio nel processo e perchè non sono uno della casta", il leader Udeur ha precisato la sua posizione nei confronti della magistratura:"Grande rispetto per la maggior parte della magistratura, quella seria", ma non certamente nei riguardi di quei "gip che prima arrestano, e poi dichiarano la propria incompetenza territoriale". Riguardo all'inchiesta, che lo vede indagato insieme alla moglie, il Guardasigilli ha ribadito:"Non ho mai dato e né preso soldi in trent'anni di vita politica". Difende poi a spada tratta la moglie Sandra, in certi momenti lasciandosi persino sfuggire qualche lacrima:"Sicuramente - dice - ho un linguaggio colorito e sono abbastanza spontaneo, forse anche eccentrico come modi fare". Quindi espressioni come quella che dice la moglie Sandra "quel tal politico è un uomo morto", appartiene, spiega Mastella, "ai modi di dire".
Napolitano firma il decreto - Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha firmato il decreto, che di fatto sancisce l'accettazione delle dimissioni di Mastella da ministro della Giustizia e l'affidamento dell'interim del dicastero al Premier Romano Prodi.
Solidarietà di Prodi - Il presidente del Consiglio Romano Prodi, che già aveva espresso la propria solidarietà al leader Udeur, nel suo discorso a Montecitorio seguente all'affidamento dell'interim, ha precisato che quest'ultimo "è il segnale di un'attesa: che dalla magistratura arrivi un chiarimento forte perchè Mastella possa riprendere il suo posto". E ha concluso:"Mi impegno fin d'ora, in qualità di Guardasigilli a proseguire una politica di indipendenza della magistratura e di tutela delle persone, in particolare della presunzione di innocenza".
Risposta dall'ANM - L'Associazione Nazionale Magistrati, intanto, questa mattina ha espresso le proprie considerazioni sul discorso tenuto ieri in Aula da Mastella, lamentando il fatto che "proprio le sue dichiarazioni rese davanti al Parlamento ancora una volta portano fuori dalle aule di giustizia il dibattito sul merito dei provvedimenti giudiziari con modalità espressive e di aggressione alla Magistratura che alterano gli equilibri tra i poteri dello Stato e non si giustificano in alcun modo". E proprio in merito al delicato tema del rapporto tra magistratura e politica, si sono espressi il segretario di Rifondazione Comunista Franco Giordano, che invita a "non alimentare conflitti tra istituzioni e (...) trasformismi che mettano in forse il programma di governo", e i partiti An e Udc con gli interventi di Ignazio La Russa e Pier Ferdinando Casini, che chiedono la fine del governo Prodi.
La risposta del procuratore Maffei - Mariano Maffei, che tra 11 giorni lascerà l'incarico di procuratore della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, ha definito "disgustosa" la polemica sollevata dal ministro Mastella a Montecitorio. Il magistrato ha affermato che "si riserva ogni azione nelle sedi competenti", ipotizzando per le parole di Mastella "calunnie ed offese alla mia reputazione". Al termine della dichiarazione, si è infastidito con i giornalisti che gli chiedevano informazioni circa la sua parentela con un politico locale e sulla possibile esistenza di una ispezione ministeriale negli uffici della procura.

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Assemblea del Pd, Veltroni:"Pd da solo al voto"

All'Assemblea costituente del Pd, Veltroni evidenzia i punti da seguire: sostegno a Prodi e alleanze "con chi si dichiarerà d'accordo"

Milano. Nel giorno della prima assemblea del Partito democratico, svoltasi ieri nella sala della nuova fiera di Milano, trasformata da Roberto Malfatto per l'importante occasione in una verde e lussureggiante "Walterland", il neosegretario Walter Veltroni ha pronunciato un discorso introduttivo per circa un'ora, ed uno conclusivo di quaranta minuti, davanti a 2800 delegati, la metà donne. Confermando le sue doti comunicative, il sindaco di Roma ancora una volta ha preferito andare oltre le frasi di circostanza, arrivando subito al sodo. Tra gli applausi tributatigli dai costituenti, Veltroni ha infatti ribadito le linee guida che il nuovo partito seguirà, prima fra tutte l'intenzione dei democratici di andare da soli al voto nel caso in cui il loro programma, che verrà presentato nella prossima legislatura, non dovesse ottenere il consenso di altre forze. In quel caso, ribadisce Veltroni, "il Pd coltiverà la sua vocazione maggioritaria fino in fondo", anche senza il sostegno della sinistra radicale. L'affondo di Veltroni va nella direzione di una critica alle "alleanze con dentro tutto e il contrario di tutto", situazione imperante nella politica italiana. Secondo punto, ma non di minore importanza, il sostegno al governo Prodi, confermato da Veltroni quando sottolinea che "andare alle urne prima sarebbe un atto irresponsabile". Una politica, quella che il Pd intende perseguire, che già dall'inizio si era presentata come improntata sul filo della discontinuità con i vecchi modelli del passato. E proprio il tema delle nuove riforme è il terzo punto al quale approda il discorso del neosegretario, che, in materia di riforma del sistema elettorale, afferma la necessità di lavorare sulla scia dei sistemi elettorali spagnolo e tedesco che, grazie alla caratteristica correzione in senso maggioritario, permetterebbero di "superare la frammentazione, superare i governi senza maggioranze certe e senza alternanza, superare l'anomalia dei candidati decisi dai partiti e non dai cittadini". Il discorso del sindaco di Roma è stato accolto con grande soddisfazione dal premier Romano Prodi, che all'inizio dell'Assemblea si era pronunciato con un saluto carico di entusiasmo, rivolto a tutti "i democratici e le democratiche" che "finalmente possono chiamarsi così". Critiche arrivano dalla Cosa Rossa, con il segretario del Prc Giordano in testa, che non ha gradito "gli aut aut dal sapore propagandistico" di Veltroni, ed ha contraccambiato dicendo che "se Veltroni ha voluto dire che è pronto ad andare con Dini, Mastella, Di Pietro, bene". Anche il leader di Sinistra democratica, Fabio Mussi, ha dimostrato stupore nei confronti delle dichiarazioni di ieri, affermando che "il Pd non può pensare di farcela da solo". Il leader Idv Antonio Di Pietro, infine, non conferma alcuna intenzione di alleanza tra il suo partito e i democratici, sottolineando che "il Pd è di fronte ad un bivio, e deve scegliere se stare con i moderati riformatori o con la sinistra massimalista". Sul fronte dell'opposizione, se per Berlusconi il Pd "è solo un matrimonio di interessi", Il leader di An Fini riconosce ai democratici l'idea di un progetto per il futuro del Paese, e invita i suoi compagni a prendere atto dei limiti della coalizione di centrodestra, perchè "siamo tornati ad essere un cartello elettorale", pur detenendo un consenso maggiore rispetto al fronte del centrosinistra.

Per leggere l'articolo sul discorso di Veltroni in occasione dell'annuncio della propria candidatura alla segreteria del Pd, clicca sul link seguente:

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Primarie del Pd, Veltroni sbaraglia tutti

Con il 75,6% dei voti, Veltroni ha surclassato Rosy Bindi(14,4%) ed Enrico Letta(10,1%)

Roma. Tre milioni di italiani, a dispetto di qualunque pronostico, si sono recati domenica alle urne per esprimere la propria preferenza sul futuro segretario del nascente Partito Democratico. Una votazione che l'opinone pubblica ha definito plebiscitaria, con un neo segretario Walter Veltroni che si è aggiudicato la vittoria con una percentuale di voti pari al 75,6%, lasciando alle proprie spalle Rosy Bindi, ferma al 14,4%, ed Enrico Letta, a quota 10,1%. Un successo per il sindaco di Roma, dunque, votato da 3 elettori su 4. Gli altri candidati al titolo, Mario Adinolfi e Piergiorgio Gawronski, sono rimasti fermi entrambi a quota 0,1%. Ma, al di là delle cifre numeriche e di un pizzico di giustificata delusione per chi non è riuscito a realizzare il proprio obiettivo di diventare il primo leader del nuovo Pd, i cinque candidati alla leadership si sono dichiarati soddisfatti per la grande partecipazione popolare, che rappresenta uno spiraglio di luce tra il grigiore degli ultimi mesi, in cui la politica italiana si è vista soffocata dalle critiche mosse contro le faglie del suo sistema. Quello di domenica, infatti, a prescindere dalla vittoria di Veltroni, va letto soprattutto come il segnale di un importante punto a favore dei "cantieri democratici". E' per questo che il ministro per la Famiglia Rosy Bindi ha precisato che "non consegneremo il partito al segretario, lo faremo tutti insieme. Sarà un partito di popolo, non vogliamo un partito del leader". E il terzo classificato, Enrico Letta, ha orgogliosamente definito "una festa" l'esperienza che lo ha visto partecipe in questi mesi, affermando che da questi risultati il governo esce rafforzato. Il primo segretario del Partito democratico, Walter Veltroni, si è presentato con un aspetto radioso ieri sera ai cronisti, al termine degli scrutini, dicendo soddisfatto che "tre milioni e 300 mila persone hanno detto che c'è un'Italia possibile, nuova, serena, che non urla, che non odia, che vuole un cambiamento profondo nella politica e nel Paese". E va al sodo, quando, in risposta alle affermazioni della Cdl che ha sminuito l'importanza di questo evento, controbatte affermando che lo schema del centrodestra "è vecchio e corrisponde ad una vecchia stagione politica italiana". Veltroni ha poi presentato i principi base che il Pd seguirà:"Non sarà un partito di correnti, e il 50% degli organismi dirigenti sarà composto da donne. Non sarà un partito che nasce dal leader o per un leader, ma per le persone reali, per questo paese reale". Grande soddisfazione ha espresso infine il premier Romano Prodi, affermando che se il centrodestra usasse strumenti analoghi a quelli che hanno permesso la nascita del Pd e il successo elettorale di domenica, farebbe un passo avanti. Se quello di ieri rappresenta un risultato importante o meno per determinare un cambiamento nella tormentata condizione della politica italiana, sarà il futuro a dirlo. Al momento resta una sola certezza: in un clima politico teso, con un'opposizione che cerca continuamente di infliggere il colpo decisivo al governo, una spallata è arrivata davvero, e a farne le spese è stata l'antipolitica.

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Caso Visco-Gdf, respinta la mozione della Cdl


Roma. Si è svolto ieri, in un clima estremamente teso, l'ultimo dibattito a Palazzo Madama sull'affaire Visco-Guardia di Finanza. Anche questa volta la maggioranza, forte della risicata differenza di voti, è riuscita a cavarsela, respingendo la mozione di sfiducia e i due ordini del giorno presentati dall'opposizione, che chiedeva la revoca permanente delle deleghe sulla Guardia di Finanza affidate al vice ministro dell'economia Vincenzo Visco e lo invitava a rassegnare le dimissioni. I 156 voti voti favorevoli contro i 157 contrari, oltre al voto non espresso dal senatore Giulio Andreotti che ha deciso di astenersi, hanno sancito l'ennesima disfatta di un centrodestra che cerca costantemente di assestare la spallata decisiva al governo Prodi. Per il risultato di ieri, sono stati senza dubbio determinanti i voti espressi contro la mozione da Emilio Colombo e Rita Levi Montalcini. Bocciato con la stessa differenza di voti l'ordine del giorno presentato dall'esponente del Carroccio Roberto Calderoli, che chiedeva la censura, da parte del governo, nei confronti del vice ministro dell'economia, criticato per aver espresso, lo scorso 7 settembre, un giudizio offensivo sulla regione Veneto, affermando che "in Veneto l'antistatalismo è consustanziale con la cultura media dei cittadini della regione". La capogruppo dell'Ulivo al Senato Anna Finocchiaro, infine, ha espresso piena soddisfazione riguardo al non riuscito tentativo di spallata operato dal centrodestra.
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Articoli scritti in precedenza sul caso Visco-Gdf:

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